In ricordo del Prof. Fulvio D’Amoja

Il 16 marzo è venuto a mancare dopo una lunga malattia Fulvio D’Amoja, già  professore ordinario di Storia delle relazioni internazionali e Preside  della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Perugia.

Il professor D’Amoja è stato per decenni uno dei punti di riferimento  della storia delle relazioni internazionali e i suoi innovativi lavori, incentrati in particolare  sulla politica estera italiana negli anni Trenta, hanno proposto  interpretazioni stimolanti sulle quali hanno riflettuto a lungo gli studiosi di relazioni internazionali.

Ho avuto la fortuna di frequentare le sue avvincenti lezioni, di laurearmi con lui e di muovere grazie a lui i primissimi passi della mia carriera accademica.

Il mio ricordo è quindi molto personale e affettuoso: quello di una  persona dal carattere a tratti spigoloso ma elegante nei modi, attenta a  sostenere i giovani studiosi di estrazione modesta e sorprendentemente  spiritosa con il suo humour senza tempo. 

Lorenzo Medici

Separare gli infiniti momenti che  mi legano alla memoria di Fulvio D’Amoja è per me quasi impossibile. E forse non tocca a me, che ho accompagnato Fulvio durante tutta la sua vita accademica, giudicare del suo lavoro scientifico, se non per dire che, nonostante l’incompletezza, esso si colloca, nell’insieme, tra i contributi più importanti alla Storia delle Relazioni internazionali apparsi dopo il 1966. Non fu sufficiente il boicottaggio usato nei suoi riguardi dalla stolta politica allora in vigore preso l’Archivio del MAE, per impedirgli di completare, senza le fonti allora inedite, il suo lavoro sulla politica imperiale fascista. Ma è sufficiente leggere il volume dedicato agli anni Trenta per capire come, tra i primi, forse il primo in Italia, egli uscisse dallo steccato della storia diplomatica, per far comprendere come la svolta della politica italiana (ed europea) in quegli anni fosse il passaggio centrale per comprendere anche le svolte e le oscillazioni di Mussolini e i suoi collegamenti con la crisi economico-finanziaria che attraversava il mondo. Ma su tutti questi aspetti non credo sia il caso che mi dilunghi. Preferisco invece ricordare il mio legame personale con Fulvio. Un legame durato dagli anni 80 del secolo scorso fino al momento in cui, un paio d’anni fa, la malattia tolse a Fulvio la capacità e la voglia di comunicare. Per rendere solido e stabile questo collegamento era germinata una consuetudine: la telefonata della domenica. Ogni domenica, alle 10,30 in punto, Fulvio mi chiamava per lunghi scambi di idee, impressioni, passioni, trame accademiche (sinché queste toccarono a noi). Come nell’esempio kantiano, potevo sistemare il mio orologio all’ora della conversazione con Fulvio. Incominciai a capire che non stava più troppo bene quando la puntualità si fece meno regolare e toccò a me di ristabilirla. Erano, quelle, le occasioni per dire del nostro lavoro, di quello degli altri, delle nostre letture, della vita politica. Mi faceva molto sorridere che quel borghese così aristocratico e persino ironico prendesse sul serio la propria visione marxista-leninista e deplorasse il ritardo della rivoluzione o l’imborghesimento del PCI, del quale era stato un fedele seguace e ascoltato consigliere comunale.

Potrei continuare ricordano infiniti episodi, sulla sorte della sua vita, che non fu sempre fortunata e, anzi, sulla quale si accanirono con crudeltà i momenti più amari. Ma preferisco lasciarlo con un aneddoto che rivela tutto del suo carattere. Durante gli anni Ottanta avevamo messo in piedi una rete Tempus che comprendeva un lungo elenco di università europee. Decidemmo un giorno di tenere la solita riunione annuale ad Augsburg, ospiti del Rettore di allora. Ricordo che eravamo tutti giunti alla sede del Convegno, una specie di gradevole pensionato monastico che ci faceva buoni prezzi di soggiorno. Mancava Fulvio e lo aspettavamo con un certo timore, poiché sapevamo che veniva in macchina da Perugia e già allora l’uso più efficiente del braccio destro gli era impedito da uno degli interventi chirurgici ai quali era stato sottoposto. Infine arrivò ma la sua automobile s’arrestò proprio nel mezzo del cancello del pensionato: non aveva più carburante e un pezzo del motore aveva smesso di funzionare. Ci domandammo tutti come fosse riuscito in quell’impresa che  mostrava il suo coraggio fisico, la sua volontà di sfidare la sorte, di vincere l’opposizione dell’automobile, di conservare un comportamento esteriore pacato, quasi il suo viaggio si fosse chiuso su una carrozza trainata da cavalli. Sarebbe bello che anche nel suo ultimo viaggio egli abbia avuto questo pensiero. Era il modo più adatto per chiudere un’esistenza diversa, riflessiva, e pur sempre così capace di autogenerarsi. 

Ennio Di Nolfo

 

Fulvio d’Amoja, per me, è stato un intellettuale importante, un collega da stimare, un amico da comprendere. L’ho conosciuto nell’autunno del 1974 quando la Facoltà di Scienze politiche dell’università di Messina aveva bandito un incarico di Storia e istituzioni dell’Europa orientale, disciplina nella quale mi ero laureato con Angelo Tamborra, vero anticipatore di quel settore di studi. D’Amoja insegnava da anni Storia dei trattati e delle relazioni internazionali ed era Direttore dell’Istituto di Storia, mi fissò un appuntamento e dopo un lungo colloquio che non aveva nulla da invidiare a un esame, mi condusse a conoscere il Preside e gli altri colleghi della Facoltà. Dopo il concorso, ottenni l’incarico per l’anno accademico 1974-1975 che allora mi parve solo una bella occasione per la mia crescita professionale ma che in realtà, nel tempo, mi avrebbe dato molto di più. In quegli anni Messina esprimeva una vivacità culturale difficilmente eguagliabile. Vi si incontravano gli allievi delle grandi scuole italiane di diritto, di economia, di sociologia, di filosofia, di storia, si organizzavano incontri con grandi personaggi, si respirava l’entusiasmo di suggestioni e prospettive di studio in un ampio dibattito ideologico, tipico di quegli anni. Con D’Amoja il confronto si fece subito serrato, aveva una speciale capacità di mettere in crisi le certezze di ogni giovane studioso ma al tempo stesso proponeva una rigorosità metodologica che diventava parte integrante del percorso di crescita. Alle tante discussioni con lui devo molto perché quel “metodo” mi ha consentito di praticare il dubbio nella ricerca, di tener conto dei molti interrogativi cui bisogna rispondere, di valutare le diverse ipotesi. L’impostazione metodologica dei lavori di D’Amoja rimane imprescindibile – come ho avuto modo di verificare nel corso degli anni adottandolo nelle lezioni e nei corsi di dottorato – come decisivo è stato il suo ruolo nel mio concorso a cattedra e, in seguito, la sua significativa partecipazione alle tante iniziative  condivise nel corso degli anni.  Nel 2003 accettò di far parte del Consiglio scientifico dell’Istituto italo-romeno di studi storici (costituito in base ad un accordo tra l’Università di Roma La Sapienza e l’Università di Cluj-Napoca) e dell’Annuario che da allora ogni anno viene pubblicato in italiano e romeno. Il III numero del 2006 venne dedicato proprio a lui nonostante il suo noto atteggiamento schivo e poco incline a simili riconoscimenti.  Ma il profilo di Fulvio D’Amoja non si esaurisce nella sua qualità scientifica, malgrado il suo carattere riservato, le difficoltà familiari, la lunga malattia, era capace di sentimenti sinceri tanto che le molte contrarietà della sua vita non hanno mai interrotto un rapporto di amicizia e di lavoro rimasto vivo, grazie a qualche rara visita a Perugia e alle lunghe telefonate domenicali … in genere dopo quella con Ennio di Nolfo. Fulvio D’Amoja appartiene a quella generazione di studiosi che hanno saputo essere dei veri Maestri e sono certo che, coloro che lo hanno conosciuto, frequentato e stimato, conserveranno sempre vivo il suo ricordo forse più profondo di quanto poche righe possano dire. 

Antonello Folco Biagini

 

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