La misura e la curiosità, di Mauro Campus

Il Sole 24 Ore, domenica 11 settembre 2016

Ennio Di Nolfo (1930-2016)

La misura e la curiosità

di Mauro Campus

Ennio Di Nolfo era insofferente alle  definizioni che lo riguardavano, sebbene con acume ed eleganza fosse capace di darne di fulminee su praticamente ogni aspetto della vita politica e culturale. Questa era una delle caratteristiche  principali di un fascino che usava consapevolmente, ma con pudore e misura. La misura e la curiosità erano, in effetti, aspetti centrali di una personalità dalla quale generazioni di allievi, colleghi, intellettuali e politici furono sedotte. Con ognuno è stato capace di mantenere un rapporto originale e vitale, nutrito di attenzione e sollecitudine: non era raro che riuscisse a tirare fuori il meglio dai suoi interlocutori facendoli diventare più intelligenti di quanto in realtà non fossero, e ci si allontanava dalla sua compagnia accresciuti.

Tuttavia non fu mai sterilmente compiaciuto del rispetto – talora timore – che lo circondava, né mai esso gli velò il giudizio, l’attenzione che egli stesso tributava a quanti componevano il suo mondo. Riconosceva che i suoi studi, il suo sguardo sulla contemporaneità, moltissimo dovessero al sistema di relazioni che il magistero universitario – esercitato con una serietà oramai quasi estinta – aveva amplificato. Mai egli fu tentato dal condurre la vita dell’egoista solitario sommerso dai suoi libri e dai suoi ordinatissimi appunti.

L’università, del resto, fu il campo al quale Di Nolfo dedicò maggiori energie, e lo fece con forza e puntualità: qualità che concorsero a guadagnargli, insieme a una passione divorante per gli studi, un posto di rilievo fra i grandi della cultura italiana. Categoria alla quale appartiene di diritto, sebbene ogni retorica o pratica collettiva fosse per lui motivo d’insofferenza.

Allo studio dava una sistematicità e un amore che portarono alla fioritura di una serie originalissima di contributi che non si fiaccò neanche nell’ultima stagione della vita, quando, libero dagli impegni accademici (che pure l’avevano enormemente coinvolto), si dedicò ad aggiornare il “Palazzo Nonfinito” dei suoi interessi.

La prima parte  ella sua carriera era stata quasi interamente incentrata sul Risorgimento, dedicandosi ambiziosamente al completamento dell’opera incompiuta di Spellanzon (Storia del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, 1959-60) e, poi, al monumentale EuropaItalia nel 18551856 (1967), che appartiene di diritto alla storiografia su Cavour, e rappresenta, anzi, la più compiuta analisi della politica estera dello stesso.

Negli anni Settanta si avviò un secondo periodo, largamente stimolato dalla permanenza alla Nitze School of Advanced International Studies (SAIS) di Washington, durante il quale iniziò un’analisi sistematica delle relazioni Italia-Stati Uniti (sua la definizione fortunatissima «alleanza diseguale») negli anni della Liberazione e della Ricostruzione.

Elencare la quantità di contributi su questo tema – divenuto per Di Nolfo quasi un animale domestico – è impossibile: basti però ricordare che da allora nessuno studio che si sia occupato di quegli anni ha potuto prescindere – al citare, o saccheggiare, i risultati s ntetizzati da Le paure e le speranze degli italiani (Mondadori 1986). Infine passò a una terza fase, predominata dal desiderio di avvicinare un pubblico più vasto (e gli studenti) ai problemi del sistema internazionale.

Sono gli anni nei quali, accanto all’assidua attività di editorialista sui temi di politica estera, iniziò la collaborazione con Laterza, che nel 1994 avrebbe pubblicato la sua Storia delle relazioni internazionali, nel 2002 Dagli imperi militari agli imperi tecnologici e, nel 2006, la splendida Prima lezione di Storia delle relazioni internazionali. La scrittura nitida, mai spavalda, scevra da cavillosità, è il tratto comune di queste opere, ristampate e aggiornate  nnumerevoli volte: una lezione inconfondibile, quasi statutaria per una disciplina che, senza il suo contributo, si sarebbe attardata molto più a lungo su fluviali litanie documentarie tese a ricostruire molecolarmente «what a clerk sent to another clerk» (E. Carr).

Anche in questo senso la sua lezione, sintetizzabile dal paradoss  di Lewis Namier, «immaginare il passato e ricordare il futuro », e mai imposta se non attraverso l’esempio, affronta la narrazione degli eventi e degli snodi storici più significativi evitando la semplice accumulazione di fatti, ma piuttosto enfatizzando la relazione e l’interdipendenza tra di essi, senza mai rischiare di compilare i tediosi elenchi che Lawrence Sterne attribuiva alla «confraternita pantografica », cioè agli storici.

La sua forza di volontà, la vivacità del suo sorriso e la risata sarcastica che in tanti abbiamo ascoltato, magari essendone intimoriti, contenevano ed esplicitavano un’autorità che  on aveva nessun bisogno di essere esibita. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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